“La pena è anche una questione di spazio. Tra le molte conseguenze di una condanna penale c’è la limitazione della libertà di andare e venire, la costrizione in uno spazio limitato. Il perimetro in cui si è costretti cambia a seconda della pena. Nelle pene alternative al carcere – l’assegnazione ai servizi sociali, il divieto di lasciare un territorio e altre – non si è liberi di andare dove si vuole, tanto che ci si muove all’interno di perimetri definiti, si è interdetti dallo spazio pubblico in determinati orari e ci si rapporta con interlocutori (co)decisi da giudici e assistenti sociali: ma non si è separati dal resto della società. Quando invece si è condannati al carcere – cosa molto frequente, in un sistema carcero-centrico come il nostro – il corpo del condannato è presidiato da muri di cinta, portoni e sbarre. La situazione attuale delle carceri, assegna il compito di riabilitare e reinserire il reo in società, e affinchè ciò avvenga  gli spazi devono riempirsi di attività formative, lavorative e d’altro tipo. Quando ciò non avviene oltre all’Art.27 vengono violati dalla Costituzione i diritti individuali di cui ogni persona privata della libertà è detentrice, così come le si violano quando le dimensioni  e le condizioni  di quegli spazi non rispettano i criteri basici di dignità. L’esercizio dei diritti fondamentali è in generale strettamente legato alla dimensione spaziale, come è evidente quando si parla di diritto allo spazio e alla libertà personale. Nelle carceri si lamenta la mancanza di spazi e risorse per poter svolgere le attività formative e lavorative. Con la stessa argomentazione ci si giustifica rispetto alla mancanza di garanzia di alcuni diritti fondamentali come quello alla libertà. Se la politica fosse fedele al dettato costituzionale  deve porre al centro della pena, il reinserimento sociale dei condannati, implementando di conseguenza le misure alternative a discapito del carcere. Si eviterebbe in tal modo la separazione traumatica di molti condannati dal resto della società e l’ingresso di massa nel circolo vizioso  che porta da un crimine ad un altro in una spirale recidivista. Se non si ricorresse al carcere con riflesso quasi pavloviano si libererebbero spazio e unità di personale a sufficienza per garantire i diritti dei detenuti e la sicurezza della società.  Questo è quando dovrebbe fare la politica e il Governo. L’amministrazione dal canto suo dovrebbe proseguire con più coraggio e preparazione nel cammino tracciato dalla sorveglianza dinamica, i cui effetti positivi sono riconosciuti da tutti al netto delle posizioni ideologiche conservatrici espresse in più occasioni da alcuni sindacati di polizia penitenziaria. Per chi è privato della libertà in carcere, quel regime dovrebbe diventare la regola e non un’eccezione virtuosa ne guadagnerebbero i detenuti, gli agenti, il personale e la società intera. La sorveglianza dinamica, i cui effetti positivi sono riconosciuti da tutti al netto delle posizioni ideologiche conservatrici che sottolineano la libertà e la tutela dei diritti dei detenuti a fronte del decreto del Ministero della Giustizia. Pertanto il decreto approvato riguarda le misure urgenti in materia di detenzione domiciliare o differimento dell’esecuzione della pena nonché in materia di sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti domiciliari per motivi connessi al Covid-19 di persone detenute per reati connessi alla criminalità organizzata. Il decreto del Governo è un segnale importante di contrasto alle mafie e di tutelare i diritti dei detenuti. Davanti a falle evidenti verificatesi nel sistema, lo Stato reagisce con fermezza, rispettando la Costituzione, l’autonomia della magistratura, il diritto e le cure di ogni detenuto malato grave senza rischi però per la sicurezza dei cittadini.”

Valeria Rosaria Singetta, referente per la provincia di Matera associazione culturale Forza Civica

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